I. Ad maiora

 All’una e venti di una notte qualsiasi, dopo un giorno qualsiasi, quando ho deciso di mettere ordine e rastrellare il vecchiume che da un po’ di tempo a questa parte mi sento dentro, ho pensato: e se mi rimettessi a scrivere? Ho tre, tre diari iniziati e mai finiti; un blog di cui non sono fan nemmeno io, e tanti progetti aperti quanti sono i capelli che ho in testa. Le idee migliori vengono sempre di notte, penso gongolante gustandomi il panino allo stracchino che mi resterà sullo stomaco fino alla mattina dopo, e mentre infilo nel tostapane altre due fette di pan bauletto penso anche che dovrei perlomeno dare qualche spiegazione su questo ritorno fiammante.
 Se lo scopo primo di questo blog era, inizialmente, il parlare di libri, posso affermare con orgoglio e superbia di aver letto una quantità di libri incalcolabile dalla tarda estate 2020, data a cui risale anche l’ultimo post prima che chiudessi baracca e burattini. Nonostante tutti questi libri finalmente spuntati dalla lista, faccio mio il Secondo Comandamento del Decalogo di Pennac, per il quale ho il diritto conclamato di saltare le pagine. Ho spizzicato, senza mai trovare niente che mi interessasse sul serio; ho letto per riempire i tempi morti, vorace eppur distratta, e di tempi morti ce ne sono stati parecchi. Costellati di alcune rivelazioni inaspettate, in ogni caso: leggenda vuole che nelle tavole di Ishihara ci siano dei numeri, e il mio oculista è stato piuttosto sorpreso quando gli ho detto che non avevo idea di essere daltonica a ventotto anni suonati.
 L’ultima estate a Tokyo, insomma, io che da marzo già avevo in programma di scappare via – da molto prima, in verità, ma il 2020 è l’anno giusto, vola, attraversa due continenti durante una pandemia globale: il 2020 per me ha portato tanti danni quanti vantaggi. Come direbbe qualcuno, so’ esperienze. Il Giappone ha esatto comunque un pegno più grande di quanto sia mai stata disposta a pagare, e dopo sei gloriosi anni all’insegna di riso bianco e tè d’orzo, ritorno a pasta-pizza-e-mandolino con la paroxetina nella borsa. Mi correggo: ritorno a fish & chips, visto che ho attraversato tutta l’Asia dall’estremo est per andare direttamente in Europa al (quasi) estremo ovest, nessuna fermata intermedia. Londra è bella, opulenta e malinconica esattamente come la ricordavo: c’è una luminosità diversa nell’aria quando piove, e inizio a capire l’importanza vitale della tazza di tè delle cinque. Come dicono da queste parti – anche la mia vicina di casa, che mi ha portato la posta il primo giorno, «there’s nothing a cup of tea cannot fix», o, ancora meglio: a cuppa tea. E avevo dimenticato le gioie dell’ora solare, che fa davvero venire voglia di mettere ad asciugare fuori queste quattro vecchie ossa.

 Riprendo.
 Se lo scopo primo di questo blog era, inizialmente, il parlare di libri, mi trovo ora a uno snodo esistenziale in cui valuto attivamente che farmene. Sempre meglio del silenzio, la terza via dei pavidi di fronte al bivio del sì e del no. Sto imparando l’inglese daccapo: non perché me lo sia scordato, grazie al cielo, quanto perché il mio nuovo capo scozzese va interpretato. Gli scozzesi: che popolo. Ah, sì: dal mondo dei ristoranti di Tokyo sono finita nel mondo dell’ingegneria informatica, non perché ne sappia cavare un ragno dal buco, quello no, ho imparato solo la settimana scorsa a fare qualche magia su Excel. Japanese project manager, mi chiamano, un modo fico per dire che devo gestire un gruppo di giapponesi pedanti e ossessivi e fare da cuscinetto per i miei colleghi romeni, evitando che qualsiasi delle due parti dia di matto. Di stanza a Londra, capo a Glasgow, super squadra a Bucarest, clienti in Giappone: stiracchiata come al solito in mille e uno posti diversi, il miracolo del Ventunesimo secolo.
 Torno in Europa con un principio di artrite, un marito (che da questo momento in poi chiamerò Broccolo) e due tatuaggi in più rispetto a quando ero partita, uno per memento e l’altro per promessa. Perché sentisse meno nostalgia, Babbo Natale a Broccolo ha portato una cuociriso. Io che trovo un supermercato italiano vicino a casa e che pasteggio a ricordi e Auricchio; Broccolo che ora, dopo sei mesi esatti, inizia a lamentarsi che in questo posto non hanno il riso buono, né la salsa di soia che sappia di salsa di soia, né un ramen decente. Insomma, fanno il sushi col Philadelphia, che è l’equivalente della pizza all’ananas. Io che sono sopravvissuta a pesto alla genovese Barilla dal 2015, Broccolo che ora si adatta a zuppe di miso scadenti e tofu gommoso; tutte le mattine rilancio ingozzandomi di Pan di stelle, c’est la vie dell’expat il quale, oltre a perdersi ciclicamente battesimi, matrimoni e funerali perché sta avanti di nove fusi orari, spazzola quello che c’è in corsia e fa festa grande quando trova il pane carasau.

Mi sembra doverosa una precisazione: Broccolo perché i barbieri sono stati chiusi per sei mesi, e io lavoro con mouse e tastiera, non so nemmeno come si tenga in mano un rasoio elettrico.

 Nei recessi della mente c’è un punto, un archivio di facce e nomi e cose che, immersi nel flusso indistinto del tempo e degli stati d’animo, rimangono in qualche modo incisi. Messi da parte, ma non dimenticati: la cenere di un bastoncino d’incenso cade e scotta le dita. Cappotti di lana sotto lampade al sodio, pozze di luce calda su pavimenti di legno quando l’aria cambia odore e annuncia la primavera, dopo un inverno che sembrava non finire più. La mattina che arriva, un domani tanto atteso e desiderato che quando diventa oggi si mescola, si stira e si accartoccia e non è che un altro giorno che sfugge. Pelle bruciata dal sale e vene che tirano come elastici ai polsi, solchi nella carne per i vestiti troppo stretti; un tappeto pieno di polvere e un armadio di legno dove chiudersi dentro, di cui si conosce ogni chiodo, ogni scheggia, ogni crosta di ruggine. Campane a vento, campane a festa e campane a morto. Non c’è un posto dove fermarsi o dove tornare. Alla lunga va bene dappertutto, e dopo un po’ non va più bene da nessuna parte. Non sai se incontrerai di nuovo le persone che conosci, a volte arrivano i sensi di colpa, altre volte vorresti stare ovunque tranne lì, e c’è sempre quel lontanissimo, piccolo tarlo che si annida tra te e il rapporto che ti lega a qualcuno. Non ti senti di appartenere a un posto finché non lo lasci. Tutto ciò che c’è e che ti resta è il presente. Non puoi sprecare energia piangendo ieri o sognando domani. La nostalgia è faticosa. È doloroso essere consapevoli di due, tre, dieci mondi: è il senso di non-appartenenza totale che spinge a cercare un po’ più in là. Si mettono radici profonde come se fossero per sempre, e sempre bisogna essere pronti a strapparle via.

4 pensieri riguardo “I. Ad maiora

    1. Avrei voluto farmi viva prima, ma ho avuto la testa bella piena prima di partire. Sei anni premuti in una valigia. E una volta arrivata, ho avuto invece la testa bella vuota: non trovavo niente per cui valesse la pena scrivere. A dirla tutta neanche ora, ma come al solito mi piace blaterare.
      E quanto mi è mancata l’Europa! La cassiera del supermercato che ricambia il saluto, i vicini di casa che sorridono, le volpi che di notte piangono sotto la finestra, sono passati già sei mesi esatti e mi sento ancora come se fossi appena atterrata da Marte.

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  1. Quindi i giapponesi sono meno calorosi degli inglesi? Ammazza.
    Ti ammiro molto per come ti sposti per il mondo, capisco che sia dura e a rischio paroxetina (ma anche i sedentari sono a rischio paroxetina), ma ti ammiro. Quando poi stavi in Giappone ti invidiavo francamente (in senso buono, eh) perché eri là e parlavi giapponese. Non tanto per il lavoro, il lavoro in Giappone non me lo voglio neanche immaginare, ma così, per il Giappone.
    Comunque adesso sei qua e hai ripreso il blog e messi da una parte i libri che non devono essere per forza il massimo della vita “blateri” in modo molto piacevole. Spero di rileggerti presto. Buona settimana (per te di lavoro, miiii….!)

    P.S. ma il Broccolo in quale terreno di coltura è venuto su? (se sono indiscreta, ignora)

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    1. Il Giappone è un paese francamente meraviglioso: lo sarebbe ancora di più senza i giapponesi! Come al solito senza generalizzare, ma a conti fatti così è. Andarci per studiare è il paradiso: rimanerci per lavorare si fa fatica. Società chiusa, mentalità ristretta, pregiudizio galoppante e velata ignoranza sulle materie del mondo (ma velata mica tanto).
      Vai poi a ricercare le cause dei problemi: sistema scolastico di stampo statunitense, circoscritto all’isoletta tanto che confondono la Rivoluzione Francese con la Rivoluzione Industriale, approccio bonaccione del «ma sì, cosa vuoi che sia» a temi che dovrebbero essere trattati con delicatezza o quantomeno con un po’ di “occhio”, come si dice da me. Non sono una di quelle che sventola la bandiera rosa ai comizi, ma le recenti uscite formidabili dei due delegati all’organizzazione delle Olimpiadi (?) sono un esempio. Vada la scusa: sono di vecchio stampo. Peccato che un po’ tutti la pensino allo stesso modo.
      C’è, in Giappone, il concetto inespresso del “tenere nascosto” che però traspare un po’ dappertutto: tenere nascoste le cattive notizie a fantomatici clienti perché sia mai che si arrabbi, tenere nascoste le brutte notizie al telegiornale perché sia mai che il pubblico ne venga turbato, tenere nascosti i casi di Covid perché altrimenti ci levano le Olimpiadi. Trenta/quarantenni che non sanno stare al mondo perché non conoscono altro all’infuori del talk show della domenica pomeriggio, e pochissime persone che sappiano ragionare con la loro testa. Mi ha fatto ridere, per non piangere, un’intervista della BBC a un gruppo di surfisti di stanza a Fukushima: la zona è ancora più o meno chiusa e alla domanda “non avete paura delle radiazioni?” la risposta è stata “tanto lo fanno tutti”. Riassume davvero in quattro parole l’approccio del giapponese medio che la testa non la usa proprio. Peccato perché, appunto, il Giappone merita tantissimo (e nonostante tutto consiglio sempre di andarci!)

      Anche il Broccolo è di coltivazione giapponese, ma spesso mi sono sentita dire che sembra più italiano di me. O ho trovato l’eccezione alla regola, o l’ho svezzato proprio bene!

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