II. Alla ricerca del tempo perduto

Una personalissima filippica sullo scopo del leggere e dello scrivere, sul tempo che passa e sui libri brutti.

 Non ho dimenticato di avere un blog, e nemmeno ho dimenticato il suo scopo principale, anche se ultimamente di libri che meritano menzione ne ho letti veramente pochi. Per non parlare di recensioni che mi è capitato di leggere e che in un certo senso mi hanno tolto la voglia di provarci proprio. Sono bravi tutti a scrivere una recensione facendo una foto alla copertina di un Adelphi usato e abusato, reso esteticamente piacevole mettendolo insieme a un centrino di merletto e a un mazzo di fiori secchi.

 Quello che sta succedendo in giro da febbraio non aiuta ad alleviare la tensione né stimola la produttività, ma come due anni fa mi sono categoricamente imposta di non occuparmi di attualità in questo spazio (leggasi: di coronavirus ne sento già abbastanza al telegiornale), allo stesso modo e in piena consapevolezza lascio volentieri in un cantuccio la questione Russia-Ucraina. Che ovviamente ha influenzato le mie giornate in modo che non definirei proprio trascurabile, ma tolto questo, che cosa rimane? Dare sfogo alla frustrazione del lavoro quando posso benissimo inveire, in coro con il mio capo, contro innominati clienti dalle richieste disumane? Alla faccia dei contenuti di qualità!

 Ma periodi di troppo input e poco output mi mandano ai matti, e sto già rischiando di bruciare relazioni importanti per nonnulla della dimensione di un tardigrado, quindi risolvo, come al solito, rovesciando qua dentro secchiate di sciocchezze. Volessi proprio fare la vecchietta che si lamenta in piazza dei propri malanni, potrei dire che devo traslocare ma il mercato immobiliare di Londra è un campo di battaglia e io mi sento come a Caporetto – già mi vedo destinata a tuguri fatiscenti di venti metri quadri pagati a peso d’oro. Poi: un dente del giudizio ha deciso di mettersi a ballare la samba sopra un nervo, e venerdì inaugurerò tre entusiasmanti settimane fatte di involti di ghiaccio premuti sulla guancia gonfia, pacchetti di ibuprofene e omogenizzati freddi da frigo. O ancora: la gente intorno a me figlia e si moltiplica, compra case, fa mutui, alleva cani e gatti, io tra cinque mesi faccio trent’anni, me ne sento ventuno e come ogni ventunenne non so ancora dove sto andando. Broccolo in questo senso è molto comprensivo, o meglio: nemmeno lui sa dove sta andando, tra i due quella che trascina sono io, e trascino alla cieca, ma è pur sempre qualcosa. Mal comune mezzo gaudio e mai ho veramente compreso che cosa significa come in questi ultimi mesi. È arrivata l’illuminazione che un po’ mi ha messo l’anima in pace: mi guardo intorno e sono sollevata di scoprire che tuttavia non sono la sola a sentirsi oppressa dalla fatidica domanda “quando ce lo fai un nipotino”, a cui rispondo puntualmente con un riflesso psicosomatico fatto di spasmi muscolari, tic alla palpebra e, nei casi più insistenti, conati di vomito. Il che porta a chiedersi in ogni caso come faccia l’altra fetta di umanità ad avere la mia stessa età ed essere già navigata, “adulta” nel senso pieno del termine, sempre se si può considerare tale una persona solo perché ha dato un grande ricevimento nuziale dando fondo ai risparmi degli ultimi quattro anni e figliando subito dopo. Ti chiedi inevitabilmente se hai sbagliato qualcosa, se non hai tenuto il conto del tempo che passa, se sei in ritardo tu o se sono in anticipo gli altri. Sento il coro di supporto che dirà che no, non esistono ritardo o anticipo, e snocciola esempi, ma siamo realisti: chiunque se l’è chiesto almeno una volta. Resta un piccolo manipolo di stoici che tirano in ballo personalissime e altrettanto valide giustificazioni per spiegare come mai ancora non hanno adottato il modello della famiglia Mulino Bianco: in cima alla barricata ci sono io che sventolo la bandiera del “ho una paura matta del tempo che passa, e più devio dalle tappe preposte che nella vita uno si aspetta di raggiungere, più mi illudo che di tempo a disposizione ne ho ancora a volontà”.

 Ho notato che inizio qualsiasi cosa con una dichiarazione d’intenti, manco dovessi giustificare a me stessa il fatto di scrivere. A nessuno interessa quello che scrivi, ed è un’idea che mi tormenta e allo stesso tempo mi conforta da anni: proprio perché a nessuno importa puoi scrivere quello che vuoi, ma allo stesso tempo non c’è spessore, come può diventare anche solo lontanamente qualcosa di fruibile? Sempre meglio delle recensioni di libri che mi è capitato di leggere nelle ultime settimane, comunque, impregnate di bellettrismo ma con una scadente aria da saggio delle scuole medie, sull’onda dell’onnipresente “ho apprezzato il viaggio che l’autore compie nella complessa psicologia dei personaggi” che è come dire, più o meno, “ho cenato con un uovo fritto”.

 Espressioni appunto come essere carico di significati, schemi narrativi ricchi di simbolismi, stile coinvolgente e dinamico, sono il passe-partout per qualsiasi libro che esista: un’etichetta da appiccicare che suona bene in bocca a chiunque e allo stesso tempo è vaga come un oroscopo, in qualche modo ci azzeccherà per forza. Alla lunga mi domando in che modo sia possibile trovare un libro appassionante, quando non esiste storia che non sia delicata ma che lascia dentro un senso di amarezza. Ti butti sui titoloni, ti affidi allo Strega, qualcosa di buono ne uscirà anche, pensi. Ma dopo La ragazza con la Leica, un conglomerato di delusioni stiracchiate in trecento e più pagine, nemmeno dello Strega mi sono più fidata granché. Ho le dita incrociate quest’anno però, perché qualche nome interessante ha riacceso le aspettative: Amerighi, Raimo e Karšaiová hanno soffiato via un po’ della polvere dei secoli che (mi) aveva fatto andare in disgrazia lo Strega come istituzione.

 Sono uscita dal mese di febbraio con le palle degli occhi fuori dal cranio nello sforzo titanico di finire Il Maestro e Margherita, decantato come un capolavoro, per me un’accozzaglia di Ivan Nikolaevic e Nikolae Ivanovic senza nessun senso. Eccezion fatta per i capitoli che rivisitano la Passione di Cristo: forse le uniche parti coerenti. Ammiro e invidio col mio cuore appassito chiunque l’abbia saputo capire: io, con la letteratura russa, ho un rapporto a dir poco complicato. Nina Berberova ne Il giunco mormorante fa ripetere al suo personaggio che “i russi hanno una poesia per ogni cosa”. Così io applico il concetto a un po’ tutta la letteratura, passo di palo in frasca da Čechov a Gogol, trovo Le notti bianche e m’innamoro, poi leggo Bulgakov e mi sento male. Mi hanno prestato un manuale di letteratura russa per principianti, perché mi approcciassi con calma e cognizione di causa a qualcosa di cui (e non ne vado fiera) non so nulla. Tale manuale è rimasto sullo scaffale per cinque mesi prima che mi decidessi a restituirlo con qualche pelucco di polvere in più attaccato alle pagine. Quindi ho inaugurato marzo andando sul sicuro, su qualcosa che so già: rientro nella mia comfort zone e rintraccio qualche nuovo libro di letteratura giapponese. Insomma, rimugino dall’alto della mia presunzione, sono laureata in letteratura giapponese e specializzata nella poesia indipendente degli anni Dieci: qualcosa da apprezzare lo troverò anche! Un colpo di stecca sulle nocche sarebbe stato meno doloroso dello strazio che mi sono propinata con un tale Hiraide Takashi, che è la brutta copia di Murakami, considerando che già Murakami per sé è a dir poco un’afflizione. A chi protesta: vi posso elencare in separata sede tutti i motivi per cui Murakami sia un’afflizione. Sfidatemi. E non perché sono ormai arrivata a bollore nella mia arroganza, quanto perché mi sono accorta che dopo aver letto tutto quello che è disponibile in traduzione e non solo, il mondo di Murakami è tutto meno che memorabile. Poetico, lo chiamano alcuni: atroce, lo definisco io.

 Detto questo: di novità positive ne abbiamo? C’è molto di positivo se uno si accontenta delle piccole cose. Così d’altra parte non sembro la solita lagna. Sull’onda della passione per gli idiomi [francamente] inutili et sconosciutissimi, dopo aver fatto amicizia con il mio parrucchiere praghese (non scherzo) mi sono messa in testa di studiare il ceco. Ormai siamo amiconi e nonostante adesso sia imbarazzante farmi tagliare i capelli da lui, il caffè del sabato pomeriggio è il momento che aspetto con più trepidazione in tutta la settimana. Dopo aver lasciato tutte le mie conoscenze più care a Tokyo e aver passato due anni dentro e fuori svariati lockdown, la sola compagnia di Broccolo (per quanto sia una personcina adorabile) iniziava a essere particolarmente irritante. La soluzione poteva essere una sola: chiedere nientemeno che al parrucchiere di andarsi a bere una cosa insieme. Non sono brava a parlare delle cose belle: sono molto più abile a descrivere disagi e melanconie varie, ma è bastato veramente poco a scaldarmi il cuore. E la lingua ceca è dolorosamente complicata, con pesanti influenze sia slave sia latine, ci sono dodici modi per dire “uno”, la pronuncia è atona e piatta ed è fondamentalmente un ammasso di consonanti una dietro l’altra, ma l’adoro. Ha risvegliato l’entusiasmo sopito con cui per la prima volta nel 2009 mi sono approcciata al giapponese, un entusiasmo che non credevo di avere ancora. E grazie a questa simpatica sequenza di eventi ho scoperto alcune perle letterarie al di là del Kundera che tutti conoscono: Hrabal è schizzato tra i miei preferiti in un attimo, e non sapevo che Pablo Neruda avesse deciso di chiamarsi così in onore di Jan Neruda. Tra l’altro il suo Racconti di Malá Strana è già in lista e sarà il prossimo di cui parlerò in questo spazio. Anche se penso che studiare il ceco non mi tornerà mai veramente utile, non mi dispiace essere tornata a spulciare dizionari e ridacchiare con la lingua annodata cercando di dire, con la mia agghiacciante pronuncia, “čtvrtek” (che, per la cronaca, vuol dire “giovedì”).

[scritto e non riletto]

3 pensieri riguardo “II. Alla ricerca del tempo perduto

  1. Scrivi un sacco di cose, e queste cose sollecitano osservazioni – ma da intendere non impegnative, come davanti a una tazza di tè.
    “mi illudo che di tempo a disposizione ne ho ancora a volontà”. Dici bene “mi illudo”. Mi sembra – perdonami se sbaglio -. che anche tu sia di quelle/i per cui il tempo non scorre. In un certo senso un’eterna giovinezza, con dei rischi: per me ha cominciato a scorrere dopo i sessanta – ma lì, accidenti, altro che scorrere, è precipitato di botto. Però capisco perfettamente la sensazione di disagio quando si è in mezzo a quelli per i quali il tempo scorre regolarmente. Come dice Omachi Tsukiko a proposito di Kojima, (l’uomo dello schermo): “Sempre il comportamento e il linguaggio adatti all’età. Il suo tempo scorre in maniera uniforme, il suo corpo e il suo spirito si sono sviluppati a un ritmo regolare.”
    “ho cenato con un uovo fritto” – a suo modo più ricco di informazione della maggior parte delle recensioni a cui fai riferimento – azzeccatissimo il paragone con l’oroscopo! 🙂
    La ragazza con la leica Non l’ho letto tutto (veramente era troppo!). Per me lo stile è improponibile, ci ho pure scritto una recensione. Sugli Strega in genere sono molto scettica. Trevi, l’anno scorso, era di buona qualità, ma un po’ ripetitivo. Poi tieni presenti che io, per raggiunti limiti di età, i mallopponi di più di 500 pagine li escludo a prescindere.
    Il maestro e Margherita Letto con curiosità e relativo entusiasmo verso i diciotto; riletto recentemente con minore entusiasmo. Troppo legato a situazioni russo-sovietiche (va be’ che potrebbero tornare di bruciante attualità), e anche un po’ troppo macchinoso per i miei gusti. Ma sono contenta di vedere che anche tu salvi le parti che mi erano veramente piaciute (più, per me, il finale, grandioso).
    Sul ceco posso solo complimentarmi. Quattro anni fa mi sono messa a studiare il giapponese, senza saperne assolutamente nulla, neanche che i kanji non si possono evitare (ero convinta che fosse una scelta estetica). Nel frattempo ho appurato che sono piuttosto refrattaria all’idioma, ma persevero.
    Bisognerà leggere Hrabal.
    Ciao 🙂

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    1. Sarà che ultimamente sono terribilmente di parte, ma dopo aver scoperto la letteratura ceca mi si è aperto un mondo: mi sono sempre stati affini quei libri intrisi di male di vivere, Kundera è a pieno titolo geniale e L’insostenibile leggerezza dell’essere è IL capolavoro, ma Hrabal – mi domando perché non sia più conosciuto. Se lo leggerai, non vedo l’ora di sapere cosa ne pensi. Il Giappone classico gira intorno al mono no aware, la passiva realizzazione della caducità delle cose, una poetica di sicuro toccante ma per certi versi superficiale, secondo me.
      Hrabal gioca sullo stesso sfondo, ma lo carica di malinconia dolorosa da spezzare il cuore. Forse è solo una mia impressione, o è vero che gran parte della letteratura del centro-est Europa sembra scorrere su un sostrato di tristezza? Qualcosa che non mi risulta di aver mai trovato in altre letterature. Francese, italiana, niente da fare, forse solo un pochino in Niebla di Unamuno – ma nemmeno così tanto, in paragone.
      Invece, ripeto, Kundera, Hrabal, e Marai con La donna giusta; poi: Irene Némirovskij, per quanto scrivesse in francese, e Nina Berberova, anche lei. Non ne so ancora abbastanza per sparare giudizi onnicomprensivi, ma o sono io che inconsciamente attraggo lo stesso genere di libri strazianti che, il caso vuole, puntualmente ricadono in quell’area geografica, oppure in qualcosa in comune ce l’hanno davvero (e mica mi lamento: li divoro a colazione).

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      1. Credo che allo Schwermut (pesantezza dell’esistere, o qualcosa del genere) mitteleuropeo appartenga di diritto anche l’Austria: penso a Thomas Bernhard e a Peter Handke.
        Io preferisco le cose un po’ più ironiche, ma mi rendo conto che l’ironia è fuori moda.
        Ho visto che hai letto “La fisica della malinconia”. Come l’hai trovato? Mio figlio era entusiasta, io credo di averlo capito meno. Mi sembra che vada nel solco di Kundera, o sbaglio?

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