Christopher Isherwood • Un uomo solo

La mia edizione:
Adeplhi
Traduzione di Dario Villa
2009 (Iª ed. 1964), pp. 148
ISBN 978-8845924682

Voto

★★★★☆


 È venuta ora di liberarmi di questo articolo, iniziato qualcosa come cinque mesi fa e lasciato ad ammuffire nelle bozze fino a oggi. Un uomo solo è stato il primo libro di Isherwood che abbia mai letto, nel 2015 – consigliato da un amico i cui gusti letterari cozzano terribilmente con i miei, e nonostante tutto in questo caso sono rimasta piacevolmente stupita, in particolare quando ho scoperto che questo Isherwood è lo stesso Isherwood di Goodbye to Berlin. Di cui non smetterò mai di cantare le lodi, ma questo è un altro discorso (oh, Sally!).
 Un uomo solo in giusto centocinquanta pagine gestisce il concetto di alienazione in modo potente e realistico, tanto che è impossibile non ammettere che risieda qui la sua più grande bellezza. George Falconer, un personaggio che si può leggere allo stesso tempo sia come individuo singolo, sia come icona di innumerevoli “altri” nell’America del Dopoguerra, piange sì la perdita del suo compagno Jim, ma non fa scivolare la sua storia personale in nessuno degli stantii melodrammi a cui siamo abituati. È un romanzo che copre giusto ventiquattro ore ma che abbraccia una grande fetta di vita, rivela il mondo emotivo dell’umano ma non permette di trarre conclusioni nette. Una bella metafora per l’umano stesso, volendo.

Il risveglio comincia con due parole, sono e ora. Poi ciò che si è svegliato resta disteso un momento a fissare il soffitto, e se stesso, fino a riconoscere Io, e a dedurne Io sono ora. Qui viene dopo, ed è almeno in negativo, rassicurante; poiché stamattina è qui che si aspettava di essere; come dire, a casa.
Ma ora non è semplicemente
oraOra è anche un freddo promemoria; un’intera giornata più di ieri, un anno più dell’anno scorso. Ogni ora ha un’etichetta con una data che rende obsoleti tutti gli ora passati, finché prima o poi, forse – no, non forse, di sicuro – succederà.

 Pur essendo stato lanciato – e ancora adesso considerato, chiaramente, un romanzo del filone LGBT (negli anni Sessanta, poi!, straordinario), è molto diverso dalla stucchevolezza di Aciman, dall’analisi chirurgica di Michel ne L’Immoraliste di Gide, o dall’ossessione patologica di Gustav von Aschenbach in Morte a Venezia. Spettacolare Mann, ma ricordo che mi ha messo i brividi. Isherwood, dicevo, è invece molto diverso: poiché il personaggio è, fondamentalmente, immerso nell’alienazione in ogni momento, il suo problema ha perso l’originale tracciabilità che lo fa sì cadere in un’ampia corrente di genere, ma se ne scosta allo stesso tempo. Lo dice il titolo, è un uomo solo (“lonely” nell’originale, ma ci si può tranquillamente scorgere anche un “alone”). Ventiquattr’ore nella vita del protagonista, che resiste e tutto sommato persiste nella nebbia del post-trauma: anche se la narrazione si muove attraverso la sua mente e i suoi occhi, riconosciamo che non è solo George a dover (con)vivere questa nebbia. Charley, la sua amica e vicina di casa, sperimenta e condivide lo stesso peso e vuoto di vivere. C’è un grande spartiacque tra la vita prima e la vita dopo: se, leggendo, riusciamo a relazionarci coi due, allora anche noi abbiamo già fatto il giro di boa che ci colloca nel troncone del “dopo”.

 Ma la forza memorabile, il punto su cui fa leva tutto il romanzo, è il non cadere nella rassegnazione. George si alza tutte le mattine per andare al lavoro, insegna a una banda di ragazzini svogliati, evita le telefonate, circondato di libri, compagni altrettanto importanti ma che non hanno potuto evitare la tragedia – e ora se ne stanno lì muti e inutili. Tuttavia è mosso da rabbia silenziosa, che raramente sfocia nell’autocommiserazione, e assolutamente non risponde alla domanda “Come si fa a superare tutto questo?”. Non è un libro sul lutto, quanto una breve ma sufficientemente profonda introspezione sulla vita che va avanti dopo il lutto, con i suoi lati ridicoli, audaci, patetici, l’ironia amara nel prendere coscienza che il mondo nonostante tutto continua a girare: siamo in ballo, quindi balliamo.

“Fissando e fissando lo specchio, vede molti volti all’interno del suo volto: il volto del bambino, del ragazzo, del giovane uomo, dell’uomo non più giovane, tutti ancora presenti, conservati come fossili su strati sovrapposti e, come fossili, morti”.

 Questo romanzo è una piccola meraviglia silenziosa e squisita che richiede un tipo di lettore introspettivo. Non c’è confusione, né parole sprecate o drammi inutili, tutto avviene in modo onirico, sovrapposto alla realtà cruda e più deprimente. Mario Fortunato presenta così la prima traduzione in italiano, e mi correggano i più esperti se mi sbaglio: «Si tratta di un testo il cui equilibrio narrativo è praticamente perfetto: perfettamente in bilico tra commozione e distacco».

 Si sopravvive al dolore non perché sia eroico, ma perché non si è in grado di immaginare un’alternativa. Ostinato, egoisticamente felice, certo che il passato sia passato anche se gli altri lo costringono a credere il contrario, sente la vita quotidiana come una routine che durerà fino al giorno dopo. Reset, e poi daccapo. Sicuramente George è un personaggio contraddittorio e non risponde all’idea che potremmo avere di individuo sconvolto dal dolore per la perdita del compagno, ci si potrebbe leggere una mancanza di autenticità, quasi, che però si scioglie e si comprende, finalmente, grazie a una conversazione aperta e sincera con uno studente: «Dire che il tempo è malvagio perché il male accade nel tempo è come dire che l’oceano è un pesce perché i pesci esistono nell’oceano».

Un pensiero riguardo “Christopher Isherwood • Un uomo solo

  1. Ciao. Trascinata dalla tua recensione, ho letto Un uomo solo, la prima cosa che leggo di Isherwood. Ecco, questa io la chiamo letteratura. Perfettamente d’accordo con te e con Mario Fortunato. Come hai ben sottolineato, relegarlo nel “filone LGBT” sarebbe un grosso errore, come d’altra parte sarebbe un errore, a mio parere, misconoscere la peculiarità della sensibilità e sensualità gay.
    Che per gli eterosessuali non è così ovvia. Ad esempio (ma non è una critica, solo una mia reazione) sono stata un po’ urtata dalla misoginia, nemmeno nascosta, con cui all’inizio il narratore parla delle madri di famiglia (la signora Strunk – e già la scelta del nome…),come se il vero e sano amore potesse essere solo gay, e ovviamente senza progenie. Così come ho qualche problema con una certa nonchalance panerotica. Ma, per i lettori etero, è il prezzo dell’autenticità, la prima garanzia di letteratura; se no avremmo una soap opera. Grazie della recensione e del consiglio 🙂

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.