Bohumil Hrabal • Una solitudine troppo rumorosa

La mia edizione:
Einaudi
2006 (Iª ed. 1977), pp. 132
ISBN 978-8806181512

Voto

★★★★☆


 L’autore.

 Nato a Brno-Židenice, in Moravia, laureato in Legge, Bohumil Hrabal visse a Praga dalla fine degli anni ’40. Lavorò come operaio nella ferriera di Kladno negli anni ’50, esperienza che ispirò i testi iperrealisti che scrisse in quel periodo.
 I suoi romanzi più noti sono Treni strettamente sorvegliati (1965) e Ho servito il re d’Inghilterra (1971). Quest’ultimo, insieme a La cittadina dove il tempo si è fermato (1974) e altri, non furono pubblicati in Cecoslovacchia a causa di contestazioni da parte delle autorità.
 Morì cadendo dal quinto piano di un ospedale, dove apparentemente stava cercando di dar da mangiare ai piccioni (qualcuno però ha notato che Hrabal viveva al quinto piano del suo condominio, e che il suicidio saltando da una finestra del quinto piano è menzionato in diversi suoi libri).
 Scriveva con uno stile estremamente espressivo e visivo, facendo uso magistrale di frasi lunghe. Molti dei suoi personaggi sono ritratti come “pazzi saggi”, sempliciotti con pensieri profondi solo occasionali, o involontari, dotati di un umorismo grossolano e di una determinazione a sopravvivere e divertirsi nonostante le circostanze. Altro tema ricorrente si ha nei dilemmi politici e le loro concomitanti ambiguità morali.

«Il rapporto che abbiamo con la cultura, e con la storia di questa cultura, ha una corrispondenza diretta con il modo in cui comprendiamo noi stessi e il mondo che ci circonda».

           — Bohumil Hrabal

 Mi domando perché ci venga presentato Kundera prima di Hrabal. Senza voler necessariamente sminuire uno per l’altro: L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984) è uno dei miei preferiti in assoluto e Il libro del riso e dell’oblio (1978) tocca le stelle, ma devo ancora trovare qualcuno che mi sappia nominare con cognizione di causa altri autori cechi, eccetto appunto Kundera, e Franz Kafka – che scriveva in tedesco, quindi per il novanta per cento della gente è tedesco, punto.

 Per trentacinque anni, Haňťa ha pressato libri e carta vecchia nel suo “Paradiso”, il vecchio seminterrato dove lavora. Per trentacinque anni ha anche salvato migliaia di libri dalla distruzione riempiendo con i suoi preferiti ogni angolo della casa in cui vive. Per quelli che non può salvare ha un rituale: li apre alla sua pagina preferita, li mette al centro del mucchio e fodera la balla con riproduzioni di quadri. Ogni bara così composta va quindi al macero con la sua firma e il suo dolore. È il peggiore, nel suo lavoro, perché quasi ogni libro che passa per le sue mani è trattato con pio rispetto e riverenza. Sfortunatamente, i cambiamenti che stanno per arrivare nella Praga del Dopoguerra portano a un epilogo inevitabile per Haňťa e la sua professione, e noi siamo con lui e con le sue riflessioni sulla strada verso la fine.
 Estremamente metaforico, questo piccolo libro è enorme in termini di umanità; una perfetta allegoria sul funzionamento delle gerarchie umane e sulle conseguenze dell’evoluzione tecnologica nel progresso delle società. Hrabal trascende la mera accusa a un regime, attinge alle gioie universali dei libri e dell’arte, e ai pericoli della disumanizzazione che affrontiamo quando perdiamo di vista questi aspetti integrali della vita.

“Aprii quel bel testo, che mi ha sempre commosso. Due cose riempiono il mio animo di una ammirazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me. Poi però ci ripensai e sfogliai le frasi più belle del giovane Kant, quando la luce di una notte d’estate è piena di stelle tremolanti e la luna piena è immobile, vengo lentamente risucchiato in un’alta sensibilità piena di amicizia e di disprezzo pel mondo e per l’eternità. […] I cieli non sono umani e la vita sopra di me e sotto di me e dentro di me neppure”.

 Nel corso della novella, Haňťa si muove senza soluzione di continuità avanti e indietro tra le sue fantasticherie sulla filosofia e sui libri, i suoi ricordi delle relazioni passate e le sue osservazioni sulla società che sta letteralmente marcendo sotto i suoi piedi. Ci sono lunghi passaggi splendidamente lirici, alternati a immagini inquietanti della decadenza e della morte che lo circondano. Alla fine, la cantina-santuario non può più nasconderlo dalle forze del progresso.

 Gli anni ’40 e ’50 in Cecoslovacchia furono un periodo orribile. L’esercito russo aveva “liberato” il Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale e la popolazione fu costretta ad assistere alla crudele appropriazione (leggasi: smantellamento) della cultura. I cittadini furono arrestati, interrogati, mandati nei campi di lavoro forzato e nelle miniere di uranio – alcuni giustiziati in seguito a “processi-farsa antisemiti” avviati dal regime di Stalin.
 Hrabal scrisse Una solitudine troppo rumorosa come un resoconto non sentimentale di ciò che accadde durante quel periodo. Scrisse di personaggi ed esperienze solitamente trascurati: la magia della sua scrittura lirica e tragicomica veniva dal coraggio di rimanere aperto a quello che lui chiamava “il Diluvio di Esperienza Scintillante”, cioè un’apertura a vedere la vita nella sua massima capacità, e un impegno a dare anche al più comune dei personaggi il diritto a un ritratto poetico.

 Questo libro è un inno al potere trasformativo delle parole sulla carta, sul trovare la bellezza nei luoghi più sporchi e improbabili, di come la devozione possa manifestarsi nel piacere di salvare e distruggere; allo stesso tempo, come la distruzione di ciò che si ama può diventare un’arte sacramentale, sacrificale, e come una persona può diventare un tutt’uno con il centro della sua vita e della sua passione.

“Da trentacinque anni sono nella carta straccia, ed è la mia storia d’amore”.

 La letteratura è intertestualità stampata su una pagina. Un universo multidimensionale piegato in un supporto a due dimensioni. Ecco perché Haňťa può mantenere un dialogo con Lao-Tse e Gesù Cristo mentre allo stesso tempo delle mosche verdi ronzano sugli involti insanguinati scartati dal macellaio, e il tutto richiama un quadro di Pollock.
 E poi la sua perdita, la tragedia di essere violentemente separato da tutto ciò che gli dava gioia, la somma e la sostanza della sua esistenza. L’atmosfera è ricca di surrealismo appena soppresso, allegoria e sfumature folcloristiche. Fantasmi silenziosi di giganti letterari del passato affiorano brevemente e silenziosamente. La narrazione procede come una magia: sonora, ipnotica e decadente, ma pessimista e votata all’epilogo.

“Mise l’urna sull’armadio, e una volta in estate, mentre stava cavando le rape, si ricordò di sua sorella, mia madre, che adorava le rape, così prese l’urna e la aprì con un coltello da conserva, e cosparse le ceneri di mia madre su un campo di rape, che poi noi mangiammo”.


 

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