Irène Némirovsky • Il ballo

Sinossi
 Antoinette ha appena compiuto quattordici anni. Sogna di partecipare al grande ballo che i suoi genitori, i Kampf, stanno organizzando per far mostra con tutta Parigi della loro fortuna, recentemente conquistata a prezzo di duri sacrifici. Ma Rosine, la madre di Antoinette, è talmente determinata a guadagnare prestigio e accettazione sociale da non rendersi conto di quanto sia bruciante il desiderio della figlia: non solo le impedisce di partecipare al ballo, ma le confisca la sua stanza da letto e la confina in uno sgabuzzino. La vendetta di Antoinette è terribile come solo può esserlo quella di una bambina alle soglie dell’età adulta, ancora inconsapevole degli equilibri del mondo: un gesto spietato e spiazzante che finirà per rivelare il vero volto delle persone che le stanno intorno.

La mia edizione:
Piccola Biblioteca Adelphi
Traduzione di Marghetita Belardetti
2005 (Iª ed. 1930), pp. 83
ISBN 978-8845919718

Voto

★★★★★


 Nell’ormai lontanissimo 2013, che è un po’ come dire “nell’ormai lontanissimo Cretaceo”, ho conosciuto per caso l’opera di Irène Némirovsky grazie a un ciclo di serate sul femminile a teatro, riletto sia dal punto di vista drammaturgico sia da quello interpretativo. Il primo giorno si apriva con Sonata per ragazza sola, un monologo di Federica Bern che rielaborava in realtà ben due opere di Némirovsky: Jezabel e il qui presente Ballo. Adesso che Némirovsky un po’ la mastico, devo ancora capire cosa Jezabel avesse a che fare con Il ballo in quella performance, ma deduco fosse l’ispirazione all’atmosfera degli anni Venti, impostazione più che contenuto. In poche parole, però, quello spettacolo è ancor oggi il migliore a cui abbia mai avuto la fortuna di assistere. Ci ha provato Lisa Dwan con Pale sister, ma sono ancora troppo affezionata all’Antigone originale per apprezzare rivisitazioni sul tema. Comunque, Federica Bern ha illustrato, spiegato e insegnato, in un monologo tanto scintillante quanto letale, la forza di questo libriccino che è diventato in un secondo uno dei miei preferiti in assoluto.

 È un’opera breve, un’ottantina di paginette; è un’analisi critica e acuta di un vulcano di concetti potenti e caratteristiche del tempo che, in realtà, si ritrovano benissimo anche oggi: dal carrierismo al gioco delle apparenze, l’adolescenza e l’incomprensione, i complessi d’inferiorità, le relazioni genitori-figli, un numero indefinito di altri “ismi” e tipi diversi di dolore. Abbiamo personaggi ad hoc e accurati, che si scaricano addosso l’un l’altro le proprie frustrazioni creando un circolo vizioso che li erode dall’interno, mentre chi legge si relaziona a situazioni aperte a sfaccettature diverse. La lettura in sé è semplice e agile, ironica e molto piacevole. Sono ottantatré pagine di bellezza pura, senza pirotecnica. Tutto il libro è un piccolo artefatto elegante, breve e brutale.

 Il ballo che sembra il nodo nevralgico della storia è solo la cornice. Tra tutti gli invitati dell’alta società, molti di loro hanno un passato discutibile: chi è stato incarcerato per frode, chi si è prostituiva, ma questa è una comunità in cui l’unica misura del vero valore è il denaro, e la ricchezza è sufficiente per sorvolare su qualsiasi passato indecoroso. Antoinette viene trascinata ad aiutare a scrivere gli inviti, ma anche se vuole disperatamente far parte del grande evento, sua madre non ne vuole sapere: questo è il suo palco su cui brillare. Tutto quello che sua madre vuole è, in poche parole, che lei sia fuori dai piedi.

 Antoinette è la ragazza più quattordicenne che abbia mai visto… da quando io stessa avevo quell’età. La frustrazione, le fantasie, il desiderio del meglio e del peggio, le crisi di pianto e gli scoppi d’ira, tutti fondamentali per catalizzare il finale. Aggiungete poi una descrizione del nouveau riche con relative ambizioni e paure, l’ipocrisia della società (parigina?) dell’epoca, i litigi familiari e le piccole crudeltà tra madri e figlie: è soprattutto il confronto/conflitto generazionale che rende la storia così interessante, attuale e caustica. Némirovsky si scaglia contro la borghesia imperante che, pur senza un soldo, era sempre quella che stabiliva il prestigio sociale, punto e basta. È anche in un certo senso una protesta contro la negligenza, questo con riferimento all’infanzia solitaria di Némirovsky stessa, che ha creato con Antoinette un personaggio introspettivo, malizioso e drammatico.

«Povera piccina» diceva Rosine carezzandole la fronte. Finché una volta era sbottata: «Ma lasciami in pace, m’infastidisci! Come sei noiosa, anche tu…» e mai più Antoinette le aveva dato un bacio, se non quello del mattino e della sera, che genitori e figli possono scambiarsi soprappensiero, come strette di mano fra sconosciuti.

 Antoinette è in quell’età in cui immagina la vita da adulta – amore, balli et similia, e si risente di come i suoi genitori la trattengano. E non ha tutti i torti: la mamma, egocentrica e narcisista, è preoccupata di invecchiare ed è imperdonabilmente sprezzante nei confronti della figlia. Il suo nuovo status è qualcosa che è semplicemente non in linea con il livello di importanza che ha (dovrebbe avere) la figlia. Il signor Kampf, d’altra parte, è in qualche modo indifferente al risentimento e all’alienazione della famiglia, si limita a fornire il denaro ed è più che altro il grande assente in tutta la faccenda.

 Con ogni inciso e osservazione Némirovsky rivela sempre di più l’assoluta falsità e superficialità di ciò che passa per “società”, alto o bassa che sia, e nel rendere ciò che accade in quello che finisce per essere essenzialmente un dramma familiare, un punto cruciale nella vita di madre e figlia, la storia diventa molto più piena che se fosse solo il racconto di un ballo fallito.

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