II. Oggetti semplici

 Esco da una notte quasi insonne durante cui una bottiglia di Moët mi ha prepotentemente ricordato che non ho più diciannove anni. I trenta colpiscono ognuno in modo diverso: c’è chi si sente esattamente come ieri ma poi ha le palpitazioni, chi vince un’ernia nuova di zecca – e guai a chi mi dice che “sei giovane e hai il mondo in mano”: io, illusa, visionaria, mi dimentico le cose e passo la domenica pomeriggio a lucidare battiscopa, in perpetua attesa di una non meglio precisata “svolta”. Mangio, vivo e cammino aspettando questa svolta – in che cosa poi, vai a capire. Ho già fatto abbastanza giravolte intorno al mondo per pensare già ad altri traslochi. Bevo caffellatte soprappensiero, nell’unico caffè che non mi mette a disagio in una città che ancora non conosco, che non è ancora mia, in cui le distanze si dilatano. Per arrivarci devo fare quarantadue minuti a piedi, e pensandoci sopra dopotutto è un ben misero prezzo da pagare per avere attorno un’aria di familiarità, qualcosa che mi ricordi casa. E quale casa? L’Italia non è stata casa. Tokyo era una corsa a ostacoli. Questa Londra splendida e triste promette bene e manterrebbe anche, se solo io non avessi il terrore di mettere il naso fuori dalla porta.
 Leggo una storia islandese fatta di mari agitati e nuvole nere, non mi entra in testa, mi interessano di più le briciole sul pavimento del panino di chi si è seduto sulla poltrona di fronte a me. E guardo la gente. Mi viene in mente Fraulein Schneider, che nel ’66 (o nel ’32, in base a quale lato della quarta parete preferite) già aveva capito tutto: the young always have the cure: being brave, being sure.1 Ascolto la conversazione di una coppia della mia età seduta due tavoli più a sinistra.
 «Ti andrebbe di venire a cena da me?». Lui sta curvo sul tavolino che arriva appena a metà stinco. Non sembra particolarmente partecipe. Lo chiede come se l’avessero costretto. Stanno seduti vicini, e chissà come si sente lei a dividerne gli spazi, bere dallo stesso bicchiere, mescolare i vestiti nella lavatrice e condividere il letto, e sapere che sta costantemente pensando a qualcun altro. Tanto che se si sforza un po’ potrebbe perfino emulare una punta amara di dispiacere. Hanno poco da spartire, e ancora meno da promettersi. Si sono medicati vecchie ferite così che al loro posto corrano cicatrici indurite fatte di bozzi e nodi. Tirano i muscoli e intaccano i nervi tanto strisciano in profondità. Non sanguinano più da un pezzo, ma gli ricordano di continuo quello che non può più fare. Non reggerebbero alle labbra stirate in un sorriso, o a una mano tesa ad accarezzare una guancia, o a un braccio teso a cingere un corpo; salterebbero come elastici, e lui si disferebbe in un mucchietto di ossa rosicchiate, incolmabile mancanza d’amore e sofisti greci. «Non a cena da me. Da mio padre, intendo. Ha invitato anche te». Ah, ecco.
 Lei alza gli occhi dal bicchiere, ha i baffi da latte, lo scruta, pulisce la bocca, mordicchia l’estremità della matita. «Mi sembra una buona idea».
 Immagino la sua bocca piena di schegge di legno e polvere di grafite. L’odore acre della saliva sulle unghie mangiucchiate. I segni dei denti sulla matita, sul bastoncino infilato nel bicchiere di carta, sul suo collo. La conversazione termina con un «Bene» mormorato di forza, che sembra più un colpo di tosse che una parola. Magari il padre ha comprato un paio di bottiglie di vino rosso, che li aiuteranno a deglutire il boccone di sabbia incastrato in gola. Magari il vino lo porterà lui. Magari si siederanno sul divano che una volta la madre copriva con teli e plaid e che adesso è spoglio, e stringeranno tra le mani un tozzo bicchiere di whisky senza prenderne un sorso finché il ghiaccio non si sarà tutto sciolto.
 Magari non ci saranno né vino né whisky, ma solo delle bustine di tè prese da Morrisons. Assapora grato il tè caldo in cui il padre ha versato per sbaglio troppo latte. Lei è sorprendentemente affabile, brillante, ride nei momenti giusti, fa sorridere anche lui, tanto che gli viene da chiedersi se non sia sufficiente così. Una piccola insignificante felicità è quello di cui ha bisogno, come lasciarsi trasportare dalle voci attorno, lo stomaco pieno e il volto scaldato dai vapori del tè. Una ipotetica sorella resta particolarmente silenziosa per tutta la cena, ma approfitta di un brevissimo momento in cui resta sola col fratello per decidersi a parlare. A lui soltanto, pescando un cioccolatino da una busta di carta argentata. Parla la sorella che si è spogliata della pelle di bambina e adesso è il legaccio di rafia a sostegno di chi è rimasto. Il tempo intacca in modo diverso i savi e i disperati, l’unico rimasto immobile è lui: avevo cinque anni e il giorno dopo erano trenta. Cos’ho fatto negli ultimi tre anni, ho evitato gli specchi come si evita il peccato, prima lanciavo sassi piatti sull’acqua tiepida delle pozze lasciate dall’alta marea, ora mi rigiro nel letto finché non prendo le solite quaranta gocce per dormire.
 E si ritrova tra cinque anni strozzato in una casa che non sente propria, con una persona che fa da ripiego – ripiego eccellente, ma tutto diventa eccellente quando non c’è altro; ripetere per anni gli stessi riti prima di andare a dormire, bere un bicchiere d’acqua del rubinetto, lavarsi i denti, stendersi dalla propria parte del letto, in quest’ordine, puntare la sveglia e addormentarsi dandosi la schiena – c’è tempo per dormire abbracciati, quando farà meno caldo, adesso scostati che si suda e sto cercando la parte fresca del cuscino. Tranne, ovviamente, quei giorni in cui per obbligo più che per voglia si decide di usare una mezz’ora per del sesso sbrigativo quanto deprimente. E mettersi a leggere Ted Hughes subito dopo. C’è da aderire a un copione già scritto di quello che ci si aspetta dalla vita in comune; è ovvio vivere nella stessa casa, com’è ovvio che uno dei due cucini mentre l’altro stende la biancheria. Incastrarsi tra le ossa appuntite del bacino e ritrovarsi aggrovigliati in un lenzuolo per dare una parvenza di spontaneità a qualcosa che in realtà è stato programmato in anticipo. Costringersi a pensare alle tragedie del mondo per distrarsi quanto basta e costruire impalcature di baci morbosi e sudici fingendo di volere l’altro, quando in realtà si vuole solo se stessi. E quando arriva il momento, fare un figlio o due perché è quello che tutti si aspettano, i figli sono tuoi fintanto che li sfami, ma sono già di dominio pubblico ancora prima di essere concepiti. Di tuo non hanno niente e li fai perché devi: ingrato tu che hai trascinato tuo padre al tuo livello quando avresti potuto semplicemente soffocare nel cuscino, ingrati i figli tuoi che sono lì perché qualcun altro li desiderava e così glieli hai dati, infiocchettati e perfetti, quando tu non li avresti mai voluti.


1. John Kander / Lotte Lenya, What would you do?, 1966

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