Come hear the music play: Cabaret in West End

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 Ho già parlato di Goodbye to Berlin e delle meraviglie che Bob Fosse è riuscito a fare in Cabaret (1972), ma la nuova produzione di Rebecca Frecknall nel West End merita a pieno titolo una considerazione a parte. Un teatro rivisitato da cima a fondo appositamente per lo spettacolo, con una rigida policy contro la fotografia – “keep it in the KitKat Club”, e com’è bello liberarsi della necessità di fotografare, soprattutto se mi metti in mano una coppa di champagne. Per me, il prezzo del biglietto (per cui ho dovuto toccare dei soldini che normalmente sarebbero dovuti rimanere nel salvadanaio, quindi all’inizio è stato doloroso) viene ripagato già all’ingresso. Il revival in sé poi è un successo spettacolare.

 Le prime rappresentazioni non ancora perfettamente consolidate le chiamano ragionevolmente “anteprime”, mettono un punto a un prodotto che non è propriamente finito e che potrebbe virare in direzioni diverse a seconda delle performance. Questa era un’anteprima: ha mostrato l’ossatura di uno spettacolo sorprendente, coerente, scabro e ruvido ma più di una volta mi sono resa conto di come mi avesse scaldato il cuore. Non pretende di ricopiare il “vero”, cosa che mi è capitato di notare in altre produzioni, e non solo di Cabaret – si vede il limite della recitazione rispetto alla volontà di dare reale concretezza alla scena. Si sente negli accenti, nell’elisione della battuta, ed è un effetto voluto. Il cabaret è tirato agli estremi, è lo spettacolo alla fine del mondo, lo diceva Joel Grey, lo fa ripetere ossessivamente Frecknall: “leave your troubles outside: in here, life is beautiful”.
 Il ritmo recitativo è sostenuto, ci si sente propriamente a teatro, la separazione tra pubblico e artisti viene applicata come da manuale, ma la quarta parete è qualcosa di cangiante. Si è in un vero e proprio locale da cabaret degli anni Trenta a Berlino. Attori e interpreti si muovono tra gli spettatori, si mescolano, interagiscono, dilatano quella quarta parete, che così ingloba il pubblico per poi risputarlo fuori. L’atmosfera stessa del club, pacchiana in un certo senso, è la resa esemplare della decadenza di Berlino sull’orlo dell’abisso. Forse di moda un paio di decenni prima, ora miseramente kitsch (colonne rivestite in pesante foglia d’oro, graffiti sui muri lasciati dagli avventori del club): insolita ma di successo. Volevo vedere ragnatele agli angoli, artisti stanchi col trucco sfatto, clarinetti di seconda mano, telefoni di bachelite ai tavoli di legno sbeccato, terribili lampade art déco ingiallite: ho avuto tutto questo e anche di più.

 Il primo tempo è dinamico, inserisce perfettamente nell’atmosfera leggera che il cabaret pretende di creare per i suoi avventori, tutto sotto la direzione impeccabile dell’Emcee – e l’Emcee è onnipresente, anche al di fuori di quello che è il locale, osserva come i personaggi agiscono e reagiscono. Atmosfera leggera, dicevo, almeno finché Herr Ludwig, il cortese, amichevole, elegante Herr Ludwig non toglie il cappotto, svelando la fascia con la svastica al braccio. L’Emcee è ancora lì, separato dall’azione, ma è sempre più rilevante il ruolo da deus ex machina che tira i fili delle sue marionette. Un deus ex machina che si trasforma da ospite a fantasma a pupazzo sottomesso al regime, e fallisce miseramente nell’intento primario di intrattenere, trascinando le macerie del KitKat Club di fronte a una platea di nazisti con lo stesso spirito di un condannato a morte.

From cradle to tomb
It isn’t that long a stay.

 Magistrale la rappresentazione della Notte dei Cristalli: dopo una delicatissima parentesi con Fräulein Schneider e Herr Schultz, immobili come nel fotogramma di una pellicola srotolata, compare l’Emcee che ora non è più una persona fisica quanto qualcosa a metà tra incubo e allucinazione. La scenografia assolutamente scarna, il gioco di luci – gelide, non c’è più niente del cabaret e dei suoi intenti accoglienti – contribuiscono a fermare l’attimo nel tempo, l’Emcee calpesta un calice di vetro nel silenzio più assoluto. Si spengono i riflettori. Rimane solo la sensazione di vuoto che dà scendere le scale e mancare un gradino. Il senno di poi è una brutta bestia. La Germania è perduta.

 Di minore impatto visivo, e solo perché il cinema offre più libertà di rappresentazione, è stata la parte dedicata alla gioventù hitleriana. Un bambino sorridente: chi ricorda il film saprà che la splendida musica di Tomorrow belongs to me parte come canzone tradizionale tedesca e sfuma in marcia militare, mentre la telecamera si allontana e mostra una folla con la svastica al braccio. Minor impatto visivo a teatro, ma non per questo meno convincente.

 Sally infine non è più la sgargiante versione edulcorata che ha presentato Liza Minnelli. La Sally di Frecknall è tornata a essere quella originale pensata da Isherwood: una bambina cresciuta in fretta, viziata, illusa, superficiale, chiassosa alla vista e alle orecchie. L’unica cosa che le due versioni hanno in comune è il canto, superbo. E l’intensità che riescono a trasmettere con ogni singola parola che pronunciano. Eddie Redmayne ha acceso le stelle nei panni dell’Emcee e la Sally Bowles di Jessie Buckley mi ha strappato il cuore. Le voci mi perseguitano ancora oggi. Tomorrow belongs to me mi ha lasciato senza parole a bere tragedia al lume di candela. Maybe this time e Cabaret mi hanno portato alle lacrime ed elettrizzato completamente. Il cast e la troupe di supporto sono incredibili; i costumi e il design una totale festa per gli occhi. Rebecca Frecknall ha lucidato un diamante già ben tagliato e se possibile l’ha reso ancora più unico. Che notte.

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