Lanny • Max Porter

La mia edizione:
Faber & Faber
Iª ed. 2019, pp. 210
ISBN 978-0571340286

Voto

★★★★★


 Lanny è ambientato in un villaggio senza nome, “meno di cinquanta cottage in mattoni rossi”, a breve distanza da Londra; un luogo che è “una griglia cruciforme con i cuori gemelli della chiesa e del pub nel mezzo”. Non serve dargli un nome, è l’immagine stessa della campagna inglese, un paesino come tanti, e l’unico.
 Leggo le prime pagine e penso: che diavolo è?
 Il romanzo è diviso in tre parti, e la prima è quella che getta le basi per amarlo o odiarlo. Le frasi non seguono un ordine logico sulla pagina: alcune sono in alto, altre in basso, altre si avvolgono in spirali e si sovrappongono. Sono pensieri, stralci di discorsi origliati per strada, o attraverso una parete. Mi aspettavo qualcosa di diverso: la classica storia del “c’era una volta”. Vedi a fidarti dei giudizi degli altri? Non ci azzecchi mai.

 E intanto senza accorgermene ho bevuto altre dieci pagine: comincia a piacermi, e parecchio. È una prosa speciale, un bagno caldo pieno di belle parole, scoperte divertenti, osservazioni intelligenti. I personaggi entrano ed escono come una sceneggiatura, sto nella loro testa, o seduta in un angolo della stanza, o alla finestra, o tre sedili più in là su un treno, e li guardo. Il libro è ancora strano. Coinvolge come pochi.
 Ma se Lanny è un’opera teatrale, con il secondo dei suoi tre atti che mette in scena il dramma e i suoi personaggi in conflitto, è anche un romanzo, tenuto in piedi da pochi personaggi essenziali: una madre, un padre, un insegnante d’arte e una creatura magica, chiamata Dead Papa Toothwort (Fanghiglio Frondoso nella traduzione italiana), una specie di essere mitologico che vive nel bosco, nella terra, nell’acqua stagnante, nelle tubature, e che si diverte ad ascoltare gli abitanti del villaggio. Dead Papa Toothwort fa parte del folklore locale, risiede a volte nel suolo, si fonde con la corteccia dei suoi alberi, sta appollaiato su un cancello; è un mutaforma, diventa un cofano di jeep arrugginito, una gonna di pelle, un’ortica, è grande come una pulce e “largo un acro”, si scrolla di dosso i detriti raccolti col suo strisciare e gocciolare. Si sposta di casa in casa, ascoltando tutto, con le orecchie tese ai drammi e ai trionfi più appetitosi; si nutre di discorsi acuti e di emozioni estreme. Lui “se la beve, la sua sinfonia inglese, ci sguazza, ci si abbuffa e ci si avvolge, se le sfrega tutte addosso, se le infila in ogni orifizio”:

“Il suo corpo è un carapace fatto di corteccia con incise in superficie le iniziali di adolescenti schiattati da tempo. Avanza nel bosco, adesso sì che è sveglio e ha brama di ascoltare.”

 La memoria di Toothwort risale all’inizio del tempi del villaggio; ha registrato tutto, che fosse buono, cattivo, o totalmente indifferente, è un mezzo per far emergere l’oscurità, per interrompere e scuotere ciò che è semplicemente noioso, o cliché.

 Nella seconda parte il tono è molto diverso. È successo qualcosa e ogni abitante del villaggio ha la sua opinione. I punti di vista che cambiano rapidamente tengono sulle spine e sono così intelligenti che, con poche frasi ben scelte da un’intera conversazione tra due persone da qualche parte in un salotto su ciò che (forse) è successo, si può inventare il resto mentre si va avanti. Viene servita una ricca tavolozza di opinioni in cui si ritrovano alcuni leitmotiv, ma dove l’universale ha il sopravvento.

 E Lanny dov’è? Lanny è in tutto il resto: è creato da ciò che i personaggi pensano di lui. Da un’idea. Perché la sua singolarità è così travolgente che non abbiamo bisogno della sua presenza per sapere che tutto gira intorno a lui. Tutto è scritto, tutto è pensiero. Lanny è un bambino unico, nel suo essere straordinario o – come lo vede la gente – un po’ tocco. Esce in giardino nel cuore della notte per parlare con un albero; è un’assenza al centro stesso della storia, sempre e solo intravisto dalle prospettive di altre persone. È brillante, introvabile, appeso a testa in giù a un albero, o a casa di qualcuno a fare domande, o a costruire casette di foglie.

“— Mi chiedevo solo cosa ci facevi qui. Ho pensato che fosse sonnambulismo. È notte fonda.
— Ho sentito la ragazza dell’albero.
— Eh?
— C’è una ragazza che vive sotto quest’albero. Ha vissuto qui per centinaia d’anni. I genitori erano cattivi con lei quindi lei si è nascosta sotto quest’albero e non è più uscita”.

 Questo bambino eccentrico, geniale, impossibile nella sua adorazione di tutto ciò che vive e respira, non può esistere a lungo nella realtà. Non c’è spazio per un bambino strambo come lui che a volte pensa di correre come un cervo.

 Lanny è un libro raro, speciale, a volte confuso, e uno di quelli che penso si debba leggere più volte per afferrare pienamente la sua essenza. È tenero e adorabile, perché tenero e adorabile è il suo protagonista, ma è anche sorprendentemente inquietante. Parla di un ragazzo e del suo microcosmo, di una città e delle voci che riecheggiano nella terra, di tutte quelle cose che diciamo nell’aria e che atterrano da qualche parte, nessuno sa bene dove. È un racconto scivoloso e complesso. Lanny è presente solo come una serie di effetti nella mente delle persone; quando è assente, è un veicolo per le fantasie delle persone, un ricettacolo di sogni.

“Sto pensando a mio figlio che dorme qui accanto. O forse non dorme. Forse è a danzare in giardino con gli elfi e i folletti. Pensiamo che stia dormendo come un bambino normale, ma non è normale, è il nostro piccolo mistero”.

 È bizzarro, sinistro, divertente, scritto in modo fantastico, riconoscibile, assurdo. La terza parte è raccapricciante, ma ora comincio a capire che con Porter si è al sicuro: per quanto verso il finale le cose volgano all’orrore, basta tenere duro, leggere le parole, prenderle a cuore. Si sopravvive, e – spoiler – non finisce nel buio più totale come si può pensare. Ci si può fidare di Porter per farci tirare sull’orlo del baratro e costringerci a sporgerci oltre, ma la mano non ve la lascia.

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