Christopher Isherwood • Goodbye to Berlin

La mia edizione:
Penguin Vintage Classics
1989 (Iª ed. 1939), pp. 272
ISBN 978-0749390549

Voto

★★★★★


 Sono cresciuta a pane e Liza Minnelli, e figuriamoci la sorpresa nello scoprire che l’autore di uno dei miei libri preferiti (Un uomo solo, ndr) è lo stesso che ha ispirato Cabaret e le sue mille +1 versioni. Mi piace credere alle coincidenze, ma è un caso più unico che raro che proprio dopo essermi trasferita a Londra, una nuova produzione di Cabaret venga annunciata per novembre nel West End. Ci andrò?
 Risposta breve: ho già i biglietti in saccoccia.
 Risposta lunga: mi sono approcciata Isherwood nel 2014, dopo aver scritto ottantanove pagine di aria fritta su un poeta degli anni Dieci e sull’effetto Droste in letteratura (che esista veramente o che me lo sia inventato? Ai posteri l’ardua sentenza). È stato parte del tentativo, efficacemente riuscito, di avvicinarmi ad altri concetti e letterature su cui non si fossero depositate due dita di polvere, perché normalmente mi interessano le cose che non interessano a nessuno, e avevo bisogno di svernare. A posteriori, credo che il mio relatore dovrebbe ricevere un premio solo per l’impassibilità con cui accoglieva, e incoraggiava, le mie deduzioni assurde su poesie giapponesi che nemmeno i giapponesi conoscono, men che meno studiano. Parlerò di Un uomo solo in un’altra occasione, perché Addio a Berlino è un gioiellino che merita una pagina tutta sua.

 In questo diario diviso in sei racconti in piccola parte autobiografici, il Christopher-personaggio si muove in una Berlino in disfacimento – gli ultimi anni della Repubblica di Weimar, in cui uomini e donne si dirigono verso la tragedia incombente, inconsapevoli e fatui. È il punto fermo a un’epoca e alla sua disperata vitalità: non c’è più spazio per lo scintillio dei cabaret, la vivacità dei caffè e il dinamismo culturale; nonostante sia ancora tutto in piedi, si respira già l’aria della fine.

Qualcosa di torbido, ossessivo e superficiale, impastato di declino fluisce tra le pagine e tra le strade della città morta, costellata di personaggi invischiati in un languore crepuscolare: come Sally Bowles, ultimo baluardo dello sfarzo, attrice fallita ancora prima di affermarsi, le dita gialle di nicotina e le unghie smaltate di verde, piccoli scarafaggi scrostati che picchiettano sul tavolo di un locale deserto.

Ma il vero cuore di Berlino è un piccolo bosco nero e umido: il Tiergarten. In questo periodo dell’anno, il freddo comincia a spingere i contadini fuori dai loro piccoli villaggi non protetti verso la città, per cercare cibo e lavoro. Ma la città, che brillava così luminosa e invitante nel cielo notturno sopra le pianure, è fredda e crudele e morta. Il suo calore è un’illusione, un miraggio del deserto invernale.

 L’ostentazione all’opulenza tiene la città ancora insieme, e chiude le porte a tutto quello che è nuovo: e nuovo in questo caso non significa progresso, quanto involuzione. L’ultima manifestazione contro Hitler del 1933, l’unico vero riferimento direttamente riconducibile al clima politico dell’epoca, è trattata con ben poco trasporto emotivo: la “prova generale del disastro”, così come Isherwood stesso l’ha definita, è catturata dal protagonista con la fredda oggettività di una macchina fotografica – metafora espressa chiaramente nelle primissime righe, promessa ottimamente mantenuta («Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto»). Fredda oggettività non significa comunque mancanza di partecipazione: gli ultimi respiri della Germania prima del crollo sono resi da Isherwood con mano estremamente lieve, il ventaglio dei personaggi sembra uscito dalla commedia amara, e noi leggiamo col fantomatico senno di poi – più di una volta con un brivido lungo la schiena, pensando all’epilogo.
 I personaggi non sono in tutto e per tutto persone reali, ma sono il risultato di un rimescolamento di conoscenti e amici di Isherwood incontrati durante i suoi anni berlinesi. Tutti morti, scomparsi o incarcerati, sorti che Isherwood accetta con la rassegnazione della lontananza. L’amarezza si avverte solo nella frase di chiusura del libro:

Oggi il sole è sfolgorante; l’aria mite e calda. Sono uscito per la mia ultima passeggiata mattutina senza soprabito né cappello. Il sole brilla e Hitler è il padrone di questa città. Il sole brilla e dozzine di miei amici – i miei alunni della Scuola dei lavoratori, gli uomini e le donne che ho conosciuto all’I.A.H. – sono in prigione, forse morti. […] Sorprendo la mia faccia nello specchio di una vetrina e mi accorgo inorridito che sorrido. Non si può fare a meno di sorridere con un tempo così bello.

 Ricchi o poveri, gay o etero, borghesi o proletari, ognuno si adatta lentamente, quasi senza accorgersene, a un mondo che diventa ogni giorno più terrificante. Ciò che accade è perfettamente visibile intorno a loro, ma i fatti sono troppo terribili per essere riconosciuti per quello che sono, così per lo più chiudono gli occhi o ne minimizzano il vero significato.

Sally Bowles, ovvero: «Ist dass Du, mein Liebling?».

 Cos’altro si può dire su Sally che non sia già stato scritto, decantato e apprezzato? La Sally su carta è una diciannovenne inglese, anche se non meno precoce della Sally del film del ’72. Arriva in Germania con un’amica alla ricerca di fortuna come attrice, ma è una pessima cantante e la sua carriera di cabarettista ha vita breve. Come Holly Golightly se la cava grazie a una combinazione di fascino, cieca fiducia in sé e l’imperativo di non guardarsi mai indietro. Va avanti con una dieta a base di sigarette e Prairie Oysters, sperando sempre di acchiappare un ricco amante che la mantenga nel modo in cui desidera.

prairie oyster: bevanda composta da un uovo crudo (spesso solo tuorlo), salsa Worcestershire, aceto e/o salsa piccante, sale e pepe nero macinato. Il tuorlo intero fa sì che abbia una consistenza simile a quella di un’ostrica. Aiuto.

 Sally è una celebrazione sfacciata ed entusiasta della vita, di una leggerezza sbalorditiva rispetto alla crescente oscurità che esiste fuori dalle mura del cabaret (e che sta lentamente strisciando all’interno). Artista appariscente e spensierata, è in verità molto più complicata e molto meno emotivamente stabile di quanto sembri: proprio come si esibisce sul palco, ha imparato ad esibirsi anche nella vita reale. Cito: «Questa sono io, tesoro. Luoghi insoliti, storie d’amore insolite. Sono una persona molto strana, e straordinaria».

 In un certo senso, Sally è un personaggio periferico. I suoi legami con l’alta borghesia le permettono di fuggire da Berlino quando la vita lì diventa stancante, dura, o semplicemente noiosa. Mentre lei è indiscutibilmente uno dei personaggi “persi” di Berlino (tanto che The Lost era il titolo provvisorio di Isherwood per Addio a Berlino), in qualche modo riesce a sfuggire alla devastazione imminente che gli altri berlinesi devono affrontare. I grandi disastri non la sfiorano. Nonostante il rifiuto degli amanti, le rapine e un aborto, Sally rimane stranamente intatta, e anzi si riprende bene. È una disadattata e un’emarginata, ma è anche una sopravvissuta, non toccata dalla malattia che sta attaccando la Germania. Isherwood presenta uno studio ben riuscito del personaggio, e solleva domande importanti su quelle qualità umane che possono prevalere in circostanze disperate.

The little American simply couldn’t believe it. «Men dressed as women? As women, hey? Do you mean they’re queer?».
«Eventually we’re all queer» drawled Fritz solemnly, in lugubrious tones.

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